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Critica

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di Giorgio Segato

Si può dire che i due fuochi di attenzione e di rierca artistica di Marazzi siano l'uomo e lo spazio: l'uomo come organizzazione e articolazione di forze che si pongono in rapporto di tensione con lo spazio e lo conquistano, lo disegnano, lo animano, creando intense suggestioni figurali in un'illusione di movimento continuo, di caricamento e slancio energetico.
La spinta, esaltata dalla calibrata distribuzione dei pieni e dei vuoti che catturano la luce, si struttura in sigla emblematica di una forte emozione esistenziale, manifestazione di un entusiasmo costruttivo che segnala profonde esigenze di recupero di armonie vitalistiche abilitate a far emergere dall'appiattimento culturale / emotivo / politico, e a restituire un ordine di aspirazioni, di valori e di mete mobilitanti.
C'è, indubbiamente, nelle scansioni armoniche della forma un forte richiamo alla strutturà musicale, a un ritmo colto forse tra gli squarci della memoria della specie, visto come le forme plastiche di Marazzi provocano inquietudine e turbamento, intimo sommovimento guidato dall'innervarsi della materia attraverso lo spazio.
Quella del taglio diretto sulla pietra è una passione che lo coinvolge totalmente, perché è recupero dell'antico mestiere della gente della sua terra; perché conduce il carattere dell'opera ai livelli simbolici più arcaici grazie ad una esecuzione di chiara marca primitiva, fatta solo con mazzuolo e subbia; e, infine, perché è indagine di una forma architetturale che ricompone con ottimistica disponibilità la lacerata figura dell'uomo.

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