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Critica

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Dentro le forme del tempo - Mariano Apa

Accertato lo scadere tra i rigurgiti del multimediale, delle problematiche delle neoavanguardie, accertato la particellazione delle esplosioni proprie di istanze espressive delle tendenze, nell'ambito del contesto proprio degli anni sessanta, là dove l'«Arte Povera», il «Neo Concettuale», il «Neo Informale» risolvevano nell'appropriazione del mondo le insoddisfazioni dell'arte; ecco in questo crogiuolo d'inizio anni ottanta, ripresentarsi imperante il Valore e la qualità di un porre in evidenza il carattere specialistico, stilistico, linguistico della pratica artistica, del «fare arte».
La scultura di Paolo Marazzi si immette decisamente dentro l'attualità, nell'oggi del dibattito artistico, presentando il sunto individuato dell'Opera, dell'elemento unico e unificante, autonomo e irripetibile: al di là quindi dello scambio infinito tra l'intervento artistico e i mass-media, al di là del datato avvolgere il mondo nell'arte attraverso l'environment, attraverso lo sconfinamento iniziato dalla pop art. Marazzi si avvicina a quanti oggi propongono una situazione riflessiva, pensante, elaborativa: si avvicina a quanti ricostruiscono il silenzio come luogo deputato alla stasi della idea progettuale, creativa.
Non un ritorno all'opera, ma una riammissione di fiducia, di fede quasi, nella pratica artistica che necessita della oggettiva realtà dell'opera, di un «fare» che si traduce in «opera».
Radicato ben saldo nella storia dei luoghi dove ha trovato corpo la sua biografia, Marazzi usa il materiale eruttato sessantamila anni fa, durante la ultima eruzione del vulcano di Albano (si veda: M. Apa «Il Territorio come libro. Colli Albani e Castelli Romani», Albano L., 1982), la cenere vulcanica, raffreddata e indurita, la Pietra Albana, ancora estratta dalle cave dell'antica, sua, Castromenium.
La pietra Albana è per Marazzi quello che fu il legno per Ceroli e la ceramica per Leoncillo e il marmo e il bronzo per Bodini: è un materiale assunto al valore di materia da forgiare, materia potenzialmente viva e ispiratrice dell'intuizione da scardinare attraverso la maieutica della sapienza tecnico-artistica.
Stabilita la pietra, anche l'uso del marmo, del travertino, del bronzo, del gesso, diventa un uso corollario, eppure determinante all'interno dell'intero percorso artistico dell'artista. La Pietra Albana è la materia grigia.
E' il piombo da convertire in oro. E' l'inerme da tradurre in forma biologica, in idea pulsante e vivificatrice.
Marazzi, attraversando la scuola dell'Istituto d'Arte, della Accademia di Belle Arti, del Restauro in Città del Vaticano, all'Opificio fiorentino, non ha altro fatto che istituzionalizzare quanto la vita già gli dettava.
La esistenza decisa sulla Pietra Albana è l'esistenza decisa per lo Spazio, per la modellazione delle forme che riempiono il vuoto e gettano la conformità e la globosità dello spazio pieno. La scultura come individuata costruzione linguistica, come capace strumento per esprimere quanto Marazzi aveva nell'animo, quanto Marazzi sente e vuole esprimere ogni qual volta il suo sguardo accarezza un grumo rattrappito di quell'antica cenere vulcanica, e ne coglie il senso mitico, energetico, «prometeofòrme», di fuoco chiuso in materia, che aspetta di essere riacceso dall'idea accecante, dalla intuizione poetica dettata dalla enorme sensibilità dell'artista.
Come l'antico coperchio del sarcofago dei Corneli ai Capitolini, come il tamburo di Castel S. Angelo; così Marazzi ripropone il sapore di un mitico elemento con cui incastonare l'arredo urbano, con cui costruire immagini che riempiono spazi urbani altrimenti vuoti e assenti.
La scultura in pietra Albana di Marazzi ricostruisce il mito della materia e della energia rappresa, pronta ad esplodere a dirompere.
L'artista, demiurgo, forgia nella foga e nelle pause del lavoro, la forma dell'informe, la forma dell'inerme: e restituisce alla nostra coscienza, intatta l'immagine, del senso, della qualità di un fare arte come coscienza del territorio, memoria della storia; come creazione e innalzamento dell'idea estratta, fatta partorire quasi, dalla cenere fredda e rattrappita vomitata dal vulcano, dalla profondità delle viscere della Terra, e qui ridata dall'artista nella forma della immagine creata: vera accensione di emozioni, di idee, di energia e fuoco creatore.
Sia che tratti il monumentale, che si impegni in bronzetti, che parli nella medianetà dell'opera sia ancora che costruisca tarsia a marmi; Paolo Marazzi sa esprimersi per linguaggi variegati e poi riassunti nella accertata poetica che lo caratterizza. In opere come «Atleta» (1976), «Navigatore» (1977), «Slalom» (1977), «Verso lo spazio» (1980), a bronzo o in pietra Albana, o in «Veliero», bozzetto dell'83; un epidermico accento naturalistic~descnttivo è presto stemperato e come occultato nell'accento della ricerca linguistica, nella contestualità dello specifico linguistico che si sprigiona e libera in opere prettamente dedicate alla ricerca dell'assunto artistico, accanto alla tematica che, più che illustrata, in quella ricerca linguistica viene assunta e fatta propria.
E sono opere come «Navigatore nello spazio» ('77), «Giuditta e Oloferne» ('79), «Navigatore che scruta l'orizzonte» ('78), «Uomo-cosmico» ('79), «Galassia» ('82), «Vergine» ('83); sono opere che paventano una simbiosi così stretta tra tematica e ricerca linguistica, da caratterizzare quanto Benincasa ha scritto per Marazzi: «una riduzione della forma in prospettiva ciclica, ovoidale o eliocoidale» sintomo «di una interpretazione mistico-rituale dei suoi elementi culturali e di una simbologia junghiana».
E infatti Marazzi azzera su un elegante riduzionismo la esuberanza delle forme, provoca una sorta di minimalismo, da non intendersi però nella eccezione della minimal art.
Ciò a partire dal fatto che la minimal proponeva blocchi di forme essenziali, pure, forme~ggetto statiche in se stesse: era la espressione artistica di una ideologia che sublimava l'industrialismo americanizzante degli anni sessanta.
Con Marazzi invece abbiamo una riduzione, una messa in «minimale»; nel senso di un ritualismo entro cui far partecipare lo spettatore, di una liturgia delle forme: le forme della energia e del movimento centrifugo, esplorante ed esplosivo.
L'artista-demiurgo stilizza con la linea convessa o concava, con sfere o con ovuli, identità biologiche dal grigio-cenere di una raffreddata materia.
L a trama delle levigazioni offrono una superficie accattivante, pelle rugorsa o liscia, profumo acre e tenero, materia e forma dettano i sensi per una ritualità tutta tesa al contemporaneo del pensiero e delle emozioni.
I temi dell'universo, della fratellanza, della Pace, sono trattati nella essenza della idea vissuta nella coscienza. Da questa «essenzialità» che si può definire «morale», ne consegue, anche, la essenzialità delle forme, che trovano la loro giustificazione principale nella intensità della ricerca linguistica ed espressiva, nella emozione forte di un rito che ripete il perpetuo Ascolto.
Quella essenzialità che Marazzi ha trovato nella antica scultura egizia, greca-romana. Il senso di un volume che squaderna il sapore dello spazio.
Uno spazio curvo, come un catino absidale, ora preso integro ora spezzato e ripreso a ripiegamento su se stesso.
Quel braccio del Bernini, in Vaticano, rivissuto più volte dalla naturale e biografica frequentazione da parte dell'artista; quel senso del volumetrico racchiuso nella idealità delle forme: Marazzi riassume tutte le esperienze di una storia anche millenaria e le ripropone al discorso dell'attualità.
La superficie è bandita: esiste lo spazio con la sua terribilità: la terribilità della vertigine che sa dare il vuoto e il pieno, il profondo che entra nella superficie.
E Marazzi entra dentro lo spazio, costruisce itinerari filiformi e fogliformi, curve spezzate e riprese, pieni e vuoti che costituiscono i meandri di uno spazio vissuto, penetrato come un copulare misticointellettuale.
Marazzi entra dentro lo spazio, lo fa suo, lo snerva, lo ripropone come in medianità spirituale, dopo aver ascoltato nelle profondità di esso spazio le energie e le follie delle forme vive. E le rappresenta, le restituisce al vedere, immettendo nel vuoto mortuario il pieno della vita, la sementa che fa fiorire il campo delle idee e dei sentimenti.
Così anche per il versante delle Tarsie, Marazzi usa la superficie per immaginare uno spazio entro cui entrare e farci entrare. L'uso dei marmi, l'uso degli accostamenti coloristici in pietra e marmo, provoca un effetto fortemente tridimensionale.
Dai cartoni preparatori - vera e propria fucina elaborativa, vera e propria messa a punto della intuizione in idea progettante e progettuale -; ai disegni in Tarsia con i marmi, fino ai bozzeti e bronzetti, o per le grandi opere in pietra Albana direttamente scolpite dal basamento alla finale della messa a punto: Marazzi entra ed esce dalla condizione di spazialità, anche dove tecnicamente è più audace, come nei Cartoni preparatori o nelle Tarsie.
Rivalutando l'arte dell'intaglio e dello accostamento cromatico -  decorativo; Marazzi si rifà certamente alle esperienze della cultura egiziana e cosmatesca, ascoltando antichi echi orientali, da Bisanzio pure e quasi  restituisce all'attualità del dibattito critico-artistico, le problematiche che furono proprie dell'Opificio fiorentino, nel fulgore dell'arte nella trasmissione del sapere ermeticoplatonizzante.
La fucina dell'artista come laboratorio delle idee, della trasformazione della materia inerme in materia d'orata, lucente, divinizzata.
Le Tarsie ripropongono l'antico valore del decorativo fatto arte, della intagliazione come incisione, operazione chirurgica che restituisce il senso del disegno leggero, estratto dalla pesantezza della massa amorfa. Le tarsie di Marazzi sono una operazione culturale, una diletta riproposta dell'intaglio e della composizione, ad incasso o anche a opus settile.
Sia per incastro, sia per assemblaggio, cioè, Marazzi edifica immagini tridimensionali sulla superficie: fa dimenticare la superficie e ci fa entrare dentro il mondo colorito ed accecante di luce della materia. Se il pieno della pietra albana, fa scaturire il vortice di essenziali energie rapprese dalla notte dei tempi; il vuoto della superficie attraverso la sapiente composizione delle regalità colorate del marmo, ci regala il senso della luce.
Luce ed energia sono tratte dalla pietra, dal marmo, da ciò che è inerme.
La intuizione, la forza creativa di Marazzi ci aprono al mondo della energia e della luce, in una operazione creativa dove l'inerme è trasformato in realtà viva.
Dal recupero antropologico della materialità – il «luogo» della pietra albana - alla globalità di una operazione costruttiva, creatrice, che sa ascoltare e riferire sul nascosto, su quanto è celato alla vanità della apparenza; Marazzi ci introduce al valore di una pratica dell'arte che trasformando la pietra in materia biologica, estraendo dall'inerme l'energia, sa costruire forme che attingono all'archetipo dell'inconscio collettivo: le immagini estratte dal vuoto dello spazio indagato, sono le immagini dell'uovo della vita – che risalgono all'iconografia dell'uovo alchemico nella trattatistica medioevale, attraverso l'uovo di struzzo della Pala di Brera di Piero della Francesca, fin l'ovale come immagine nella iconografia del Brancusi -; delle concavità, dei convessi, dei buchi e dei pieni che riempiono: scale immaginarie, ascensionali, scale su cui moderni Giacobbi ripercorrono il sogno della Sapienza da indagare.
Le immagini archetipiche estratte dalla inerme materia, restituiscono energia e luce - dalla pietra albana come dal marmo intagliato -: introducono dentro itinerari spaziali. Tutta questa materia creata, così essenzialmente e lucidamente ridotta in immagini formali e archetipici, ci fa sentire il senso della cadenza, dell'andare di stagioni, del ritmo della forma biologica, di un vissuto che viva materia vissuta.
Il Tempo è colto nella sua intima realtà, è intuito e preso nella forma della immagine, la immagine edificata è il senso di uno spazio penetrato entro cui scoprire il palpito della vita, di una vita piena di energia che vive nel ritmo di uno scandire temporale. Spazio e Tempo, direbbe Kant, «intuizioni pure» che aprono alla possibilità di una conoscenza oggettiva e veritiera, rispetto a quanto rimane «in sé» rispetto a ciò che possiamo soltanto «praticare» nella aspirazione di un dogmatico imperativo.
Marazzi tenta di arginare l'ondata di una condizione fenomenica, per proporsi l'ascolto rituale, liturgico, di quanto è oltre, e «altrove» (C. Benincasa «Verso l'altrove». Electa '83). Così Spazio e Tempo sono, come la materia trasformata in vita, trasformate, da categorie della quantificazione a modalità della qualificazione.
Una qualificazione che è senso della qualità della vita, contro la morte dell'appiattimento, dell'asservimento alla inerme condizione del nulla.
La ricerca di Marazzi è una ricerca veritiera, aperta all'ascolto dell'antico, per la possibilità di costruire il futuro.
Una forte capacità ideativa-costruttiva, che entra dentro lo Spazio e restituisce le forme del Tempo.
La materia inerme, la quantificazione, è trasformata in materia vivente, qualificata e lo Spazio e il Tempo, oltre che a disegnare il perimetro dei luoghi dove poter giocare la scacchiera della esistenza; introducono alla indicazione di una dimensione altra, che si fa carico della stessa esistenza e ci conduce alle soglie della libertà.
Si entra dentro lo Spazio della materia e si indagano le immagini archetipiche che introducono alle forme del vivere, così che entrare dentro lo Spazio è entrare dentro le forme del Tempo.

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